Il Gazzettino
Domenica, 1 Maggio 2005
IL SOGNO SI FA IMPRESA CON LA VOCE DELLE FIABE
Può un sogno, un fiaba aiutare un imprenditore? Lei guarda e sorride, poi sbotta: «Ma una azienda non è forse un sogno?».
Lei è Piera Giacconi nata a Gorizia nell'estate del 1959 da una stimata famiglia di medici, agopuntori e omeopati. Suo padre, grande precursore, ha introdotto in Italia l'agopuntura nella prassi medica di base fin dal 1947, per sviluppare poi un metodo integrato di terapia insieme alla chiropratica, l'ipnosi e l'omeopatia. Appassionata di rose e felci, tecniche ad approccio corporeo, archeologia, astronomia, montagna, diventa insegnante in Italia del metodo Debailleul sullo sviluppo della creatività e dei talenti negli adulti, oltre che nei bambini, attraverso le fiabe della tradizione, che ha ottenuto a Udine il patrocinio dell'Unesco. Oggi guida la sua azienda che ha chiamatoLa voce delle favole. Il suo curriculum è lungo e pieno di successi, fino ad arrivare ad oggi: consulente aziendale in formazione, imprenditrice e libera professionista nei campi del benessere, della salute e della comunicazione. Il suo punto forte sono le fiabe. «Le favole aiutano a superare i momenti difficili e, nelle aziende, ce ne sono giorno dopo giorno». Nel febbraio del 1999 a Barcellona, ad un convengo internazionale, incontra Jean Pascal Debailleul, signore dall'età indefinibile, elegante e semplice. Gli chiede di poter pubblicare un suo articolo sulla rivista culturale Insieme. Il mese dopo ad un altro convegno a Parigi, Debailleul le consegna il materiale. Lei legge le pagine davanti a lui e alla fine esclama: «Ma è bellissimo il tuo lavoro! Quando posso incominciare?».
Un amore a prima vista per Piera Giacconi , studi al licei linguistico di Cortina d'Ampezzo e poi laurea in russo e tedesco all'Università di Udine, divorziata, senza figli. Per anni dopo la laurea insegna tedesco a Gorizia all'Istituto turistico, poi lascia tutto e va a Fagagna al circolo del golf e si dedica all'attività di pubbliche relazioni. Dopo qualche anno molla tutto e fa nascere un vivaio per amatori di piante rare, edere e felci vicino a Varmo. Ma anche quell'attività le va stretta e nel 1996 con il fratello apre a Udine uno centro pilota per psicologia, psicomotricità, tecniche respiratorie e posturali e neuropatia. È qui che fra i suoi clienti incontra molti imprenditori. Nel 1999 la folgorazione sulla via di Parigi e l'incontro con Debailleul. Nel 2003 lascia lo studio con il fratello e decide di diventare imprenditrice di sé stessa. «Non sapevo da dove iniziare, ma era la mia favola, il mio sogno e oggi sono davvero soddisfatta». Piera Giacconi mette attorno alla sua scrivania gente di ogni tipo e fra questi moltissimi imprenditori. «Le favole che sono alla base del mio metodo di lavoro sono il sogno, la fantasia, la molla che spinge a ritrovare il bambino che è in ognuno di noi. Un giorno un imprenditore della zona mi ha detto che lui, dopo i miei corsi, aveva ritrovato la voglia di sognare e questo lo aiutava moltissimo nella direzione della sua azienda».
Qual è la favola che più aiuta un imprenditore? «Il gatto con gli stivali - risponde -. Quel gatto ricevuto in eredità da solo non può aiutare il figlio del mugnaio ma se il ragazzo gli mette gli stivali diventa l'ambasciatore del marchese di Carabà che lusinga il re. Insomma, il gatto è la nostra risorsa». Un gatto al pari di un investimento azzeccato, un affare andato a buon fine, una commessa speciale. Perché un imprenditore dovrebbe venire da lei? «Per trovare una conferma di sé stesso in quello che ha creato. L'azienda è il suo io e non di altri». L'eroe, insomma, di un mondo fantastico che Piera Giacconi riesce a far emergere dall'inconscio. «Oggi gli imprenditori mi chiedono di portare musica e teatro dove si lavora: l'armonia e la creatività aiutano». Da imprenditrice novella glissa sul dichiarare il suo fatturato: «Ho iniziato da troppo poco per parlar di bilanci e cifre», sorride. E il futuro con questi chiari di luna in economia? «Aprire una scuola su questo metodo di approccio alla vita attraverso la favola». Da dove sfornare consulenti aziendali che raccontino di come un gatto con gli stivali aiuti a far quadrare i conti, migliorare la produzione, competere con i cinesi. «Perché no. In fondo anche Pinocchio diventa un ragazzino per bene alla fine».
Per quel pezzo di legno era il sogno come per tutti quelli che, un giorno, sono diventati imprenditori.
Sandro Rinaldini


Benefit, Mondadori
dicembre 2003
Fiabe per l'anima
L'uso delle fiabe come forma terapeutica (metodo Debailleul) permette l'accesso a risorse interiori e aiuta a sviluppare la creatività, attraverso la riscoperta di tre figure che albergano nel nostro inconscio: - il Re rappresenta l'intelligenza ("Io posso tutto"), - l'Eroe simboleggia l'impegno ("Io provo tutto"),- la Fata la realizzazione ("ce l'ho fatta!"). Altre notizie su lavocedellefiabe.com

Il Giornale di Vicenza
12 gennaio 2002
Come la lettura delle immagini del profondo può suggerire le terapie dell’anima e cambiare la nostra vita. Lezioni di fiducia dai Seminari promossi dall’Assessorato alla Cultura all’Istituto magistrale.
Fiabe che curano

L’inconscio si esprime per immagini, usava dire Carl Gustav Jung. Ma a queste immagini, alle immagini dei miti, delle fiabe, delle leggende, dei sogni, l’uomo ha guardato sempre meno, complice l’insegnamento scolastico, che ne ha smarrito il valore e la stessa psicologia che, a disagio su questo terreno sottile, preferisce concetti precisi al fluttuante ed ambiguo popolo dei sogni e delle fiabe. Purtroppo il concetto - è sempre l’impietoso Jung a dirlo - «non è una pallida approssimazione, una traduzione imparziale ed imprecisa di quell’immagine profonda che esso, più o meno goffamente, cerca di esprimere». Smarrendo la pienezza dell’immagine nel vuoto della parola, l’essere umano ha smarrito anche il rapporto con l’inconscio e ne soffre. L’interesse che si manifesta ovunque per il sacro ed il simbolo - scrive Claudio Risè, direttore della collana Immagini del profondo - esprime anche questa sofferenza ed il bisogno di riconciliazione con le visioni attraverso le quali l’anima del mondo si è espressa e nelle quali si è per lunga teoria di secoli riconosciuta. È necessario dunque ritrovare queste immagini , presentarle nella loro forza e vitalità, collegarle le une alle altre e tutte alla cultura, per comprendere meglio la nostra storia di uomini.
I seminari sulle fiabe realizzati all’Istituto magistrale “Don Fogazzaro” (promossi dall’Assessorato alla Cultura in collaborazione con il settore di ricerca sulla scrittura dell’Università di Padova e l’UNELG) sono stati ideati proprio per ritrovare insieme, ragazzi ed adulti, la verità storica di queste immagini. Nella nostra vita infatti non sono importanti solo i genitori, i fratelli, gli amici, anche le storie esercitano un ruolo determinante, influenzano i nostri destini. Le fiabe i racconti che un tempo ci hanno affascinato e che ancora ci affascinano, esprimono qualcosa su di noi, sui nostri desideri le nostre paure. Ci mostrano il comportamento di uomini con i quali vorremmo identificarci, le persone che vorremmo essere. Ma le fiabe sono anche storie particolari, in cui accadono cose straordinarie, si verificano eventi che ci sembrano impossibili, che indicano sempre un mutamento creativo nel problema da risolvere. Le fiabe sono storie particolari perché hanno alle spalle una lunga tradizione orale. La narrazione si snoda seguendo l’imprevedibile serie di sequenze delle tappe iniziatiche del viaggio.
Secondo lo studioso svizzero Max Luthi ciò che caratterizza la fiaba è la sua unidimensionalità, la sua atemporalità: «… la fiaba rinuncia ad una struttura in profondità sia spaziale che temporale, sia spirituale che psichica. Con un tocco magico, ciò che si trova in un rapporto di interiorità-esteriorità od in una sequenza temporale-spaziale viene posto su un unico piano. Con un’ammirevole coerenza i contenuti delle più svariate categorie vengono proiettati su di un’unica, medesima superficie. I corpi e gli oggetti divengono figure, le qualità azioni, i rapporti tra i singoli esseri oggetti-dono esteriormente visibili». Le fiabe iniziano quasi sempre da una situazione problematica per mostrare come essa vada affrontata, come possiamo superare le difficoltà per giungere alla soluzione salvifica. La fiaba ci parla per mezzo di simboli, immagini archetipi che spesso non siamo in grado di decodificare. Rispetto a quelli dei miti, i simboli che incontriamo nelle fiabe rappresentano processi evolutivi più vicini all’uomo ma anch’essi occupano lo stesso spazio intermedio.
Il simbolo ha una pregnanza di significati: condensa esperienze, contenuti emozioni che non sono esprimibili per altra via. Perciò Bloch individua i simboli come “categorie di condensazione” e per quanto ci sforziamo di interpretarli rivelano sempre un’ulteriorità di senso.
Il simbolo è infatti sovradeterminato, ha una pluralità di significati, manifesta qualcosa e dischiude prospettive che possiamo comprendere solo in modo graduale e che non esauriscono mai la nostra interpretazione. I simboli hanno molti significati, così come le fiabe ed è questo che le rende affascinanti. La fiaba ci tocca sul piano emotivo, entra in comunicazione con le nostre fantasie e mette in movimento le nostre immagini fisse, crea un ponte tra il conscio e l’inconscio.
Scrive Verana Kast, autrice del libro Le fiabe che curano e presidente dell’Associazione internazionale di psicologia analitica: «Le fiabe hanno molto da dirci su noi stessi: su come siamo e su come potremmo essere. Il semplice ascolto della fiaba, se lasciamo che le immagini agiscano su di noi, ha più che un effetto terapeutico. Ci accorgeremo che alcuni motivi ci toccano, ci colpiscono più di altri. Questi motivi sono indicatori di un nostro stato psicologico che non siamo in grado di cogliere in altro modo». L’immagine della fiaba è un’immagine nostra, ma al tempo stesso è di un mondo “altro” e questo crea la giusta distanza per affrontare il nostro problema che si esprime proprio nell’immagine. Le fiabe innescano un processo evolutivo che racchiude in sé la speranza e la possibilità di superare le difficoltà. Bloch sostiene infatti che in ogni simbolo vitale è contenuta una “speranza archetipa incapsulata”. Occorre sperimentare e liberare questa speranza.
Incantesimi, sortilegi, maledizioni di streghe, divoramenti di orchi perdono la drammaticità dell’infanzia per farci capire che sono malattie della nostra anima, lacerazioni dello spirito, specchi segreti della nostra infelicità. Come Pollicino dovremmo imparare a riconoscere le briciole di pane del nostro cammino dalla saggezza delle fiabe. Gli orchi da affrontare, le camice da indossare, le matasse da filare, le voragini da abitare, sono le infinite strade da percorrere della nostra vita. I tesori da cercare nelle viscere della terra sono le prove che imbastiscono i nostri giorni prima di trovare un’autentica trasformazione. L’eroe o la fanciulla vengono colpiti da un sortilegio, tutto sembra perduto ed è allora invece che comincia la redenzione, la salvezza, la liberazione.
Uno psicoterapeuta parigino, Jean Pascal Debailleul, è autore di un metodo originale di conoscenza di sé attraverso la pratica della saggezza delle fiabe, diffuso da 10 anni in tutta la Francia attraverso la Voce delle Fiabe. Il suo pensiero espresso attraverso alcuni libri pubblicati in Francia: Vivere la magia delle fiabe, Pratica della saggezza delle fiabe, Realizzarsi attraverso la Magia delle coincidenze (pratica della sincronicità attraverso i racconti). Ciò che caratterizza le fiabe, egli scrive, è il meraviglioso, il miracoloso, vale a dire l’accesso immediato al cambiamento nell’istante creativo, attraverso l’incontro diretto con le risposte cercate. Queste risposte le troviamo in una dimensione della realtà che ci è velata e che le fiabe ci invitano a raggiungere.
Le fiabe mettono in scena tre funzioni: il Re, l’Eroe, la Fata. Il re, guardiano del reame, veglia affinché tutto sia in ordine, affinché il potenziale del suo regno possa crescere e dare i suoi frutti. Non appena appare un disordine od una perdita pericolosa, egli lancia un segnale d’allarme. È la funzione di giudizio della nostra vita, che sa valutare le condizioni della nostra esistenza e chiedere il cambiamento. Questa richiesta il re la trasmette all’Eroe (funzione attiva) affinché metta in opera i mezzi a sua disposizione per realizzarlo. Questa richiesta viene ripresa dall’Eroe che vi mette tutta la sua adesione. Non v è nulla di concreto, né di efficace che l’Eroe possa intraprendere se non cercare con tutto il suo cuore. Ebbene, è nell’infinito del suo cuore che la Fata interviene a portare soccorso. La Fata è la terza funzione, funzione di fecondità, dimensione fiabesca, infinito dei possibili che si trova ovunque.
Il cambiamento non dipende dai nostri mezzi, né dai nostri sforzi, ma dalle nostre aspirazioni, e ciò che viviamo nell’istante creativo, quando improvvisamente l’ispirazione ci dà la visione della soluzione, che di solito arriva grazie ad un avvenimento insignificante(il messaggero velato della fecondità). Ma occorre saper accogliere la sincronicità delle coincidenze che conducono all’ispirazione e che non sono dei contatti diretti con questa dimensione. Perché questa pratica della saggezza possa dare i suoi frutti bisogna però che la fiaba sia comunicata con la qualità di vibrazione di verità che essa porta, in modo che questa verità possa venire a colpire direttamente la nostra intima struttura e risvegliarla. Come uno specchio la fiaba farà vibrare questa verità verso di noi. Sarà sufficiente aggiungere un lavoro di immaginazione creativa, dia attenzione cosciente o dia abbandono per prolungare questa vibrazione fino al cuore della nostra vita di tutti i giorni e sostenere l’integrazione di queste verità nel nostro campo. Di esistenza.
I racconti popolari ci aiutano a camminare progressivamente in questo universo di verità,l le immagini delle fiabe ci aiutano a sviluppare questa scienza interiore. Il lupo ci può inquietare per la paura o il fascino che ispira, ma se noi lo affronteremo con candore e innocenza non vi inghiottirà che per permetterci di integrare una conoscenza nuova ispirata e luminosa. Ci accorgeremo dunque che le fiabe non sono state inventate per addormentare i bambini ma che hanno un potente sapere iniziatici destinato a risvegliare l’uomo e a condurlo ad una migliore consapevolezza di sé.
Il volume Vivere la magia delle fiabe, nella traduzione italiana di Fedra Coca per le Edizioni Vicentine Il Punto d’Incontro, ha suggerito indicazioni di percorso per Seminari Tra le fiabe dei Grimm ed Andar per fiabe, ed ha offerto agli alunni le chiavi per decifrare il vocabolario simbolico dei racconti popolari ed operare un mutamento nel vissuto quotidiano. Le fiabe hanno donato ai ragazzi lezioni di fiducia per affrontare il mondo scoprendo in se stessi l’energia per “osare” il fiabesco ed il meraviglioso come approdo, ma anche come barriera contro la polverizzazione delle individualità che la società del globale produce.
Annacaterina Barocco


Corriere delle Alpi
24 aprile 2003
Cortina. Interessante incontro della"Fiantija" con Piera Giacconi
Le fiabe, “cura” per adulti
E' così che si arriva a parlare alla loro coscienza

Non una conferenza, non un dibattito, nemmeno una lezione. Può essere definito semplicemente come un incontro a 360° quello di martedì, organizzato dall'Associazione Culturale Fiantija, sul tema "Vivere la magia delle fiabe". Quasi una seduta di psicanalisi di gruppo, nella Sala Cultura del Palazzo delle Poste, sotto la guida esperta e consumata di Piera Giacconi, consulente aziendale in relazioni pubbliche, operante in ambito sociale e nella psicologia applicata alla comunicazione e tecniche di approccio corporeo. La Giacconi, che ha abitato per dieci anni a Cortina e che ora risiede a Udine, ha intrattenuto un pubblico interessato e coinvolto per più di due ore, con un'approfondita analisi del percorso che intraprendiamo nel corso della nostra esistenza e dei talenti che ognuno di noi custodisce dentro di sé. Talenti che però non sempre vengono poi a galla. Sta dunque alla nostra volontà e al nostro coraggio cogliere le opportunità che la vita stessa ci offre e ci suggerisce; sta all'intuito e all'impegno che profondiamo nelle nostre attività, giorno dopo giorno, aiutarci nel superamento degli ostacoli che si frappongono al raggiungimento del benessere e della serenità. Al termine, la lettura di una favola (nello specifico era "Il gatto con gli stivali") tratta dal libro sulle fiabe della tradizione curato dalla Giacconi, per ritrovare gli insegnamenti e le ispirazioni nei personaggi e nelle loro peculiarità. Non un esercizio per bambini, anzi: la fiaba, “strumento antichissimo che parla alla coscienza”, nelle parole della relatrice, “è piuttosto un metodo per gli adulti che ci riporta alla fiducia del bambino”. Una serata di riflessione e di dialogo, dunque, strettamente collegata alle altre attività che la Fiantija (due anni di vita e tanto impegno in diversi campi) propone, come lo yoga e lo shiatsu ad esempio, tra cultura millenaria e scoperta dell'interiorità. “Ma non chiamateci alternativi, per favore”, scherza il presidente dell'Associazione stessa, Francesco De Nigris.
Francesco CHIAMULERA


Le Figaro
30 avril 2003
Jean-Pascal Debailleul *
« Le merveilleux des contes, c'est la transcendance »

Jean-Pascal Debailleul n'est pas le premier à voir dans le patrimoine immémorial des contes merveilleux une sagesse essentielle. Anthropologues, psychanalystes, psychologues, en ont tiré diverses exégèses ou approches thérapeutiques. Debailleul, lui, a élaboré une méthode originale de connaissance et d'accomplissement de soi à travers les contes de Grimm (ceux, dit-il, qui transmettent la tradition avec la plus grande intégrité). Déjà auteur de deux livres, Vivre la magie des contes (avec Edouard Brasey, éditions Albin Michel) et Se réaliser par la magie des coïncidences (avec Catherine Fourgeaux, éditions Jouvence), Jean-Pascal Debailleul propose aujourd'hui une initiation ludique, Le Jeu de la voie des contes (éditions Le Souffle d'or), en librairie.
LE FIGARO. Un jeu censé enseigner la sagesse immémoriale des contes, quelle drôle d'idée...
Jean-Pascal DEBAILLEUL. Il s'agit de s'en inspirer pour répondre à des questions de notre vie et réaliser nos aspirations les plus profondes. C'est un jeu initiatique, un peu à la manière du Yi King chinois, dont je me suis inspiré. Mais comme le dit Alejandro Jodorowsky dans la préface, au lieu d'être une traduction parfois approximative du langage chinois, il puise directement dans « l'authentique sagesse de l'Occident, sauvegardée dans les contes de fées ». L'idée est de regarder son existence personnelle comme si on était soi-même le héros d'un conte.
Quelle est la règle du jeu ?
On peut être seul ou plusieurs. On part d'une question précisément formulée, qui peut porter sur un point très concret ou sur un domaine plus vaste de son existence, mais qui nous importe vraiment, et on la met en résonance avec un conte tiré au hasard, par un coup de dés. A partir de là, commence une quête dont nous sommes les héros. Dans les contes, le héros se trouve toujours, au début, dans une impasse, aux prises avec une difficulté insoluble. Mais justement parce qu'il se reconnaît impuissant à la résoudre, et que la conscience de ses limites contredit le désir de son coeur, la vie vient à son secours, lui indique l'itinéraire miraculeux qui va donner accès à l'inaccessible, rendre possible l'impossible. Le jeu propose de suivre cet itinéraire pour son compte personnel, à travers quatre tirages de contes qui font progresser par paliers dans le questionnement initial, en lui donnant peu à peu la structure vitale des contes.
On pourrait aussi jouer sur le double sens de l'expression « mettre sa vie en jeu », c'est-à-dire à la fois lui donner une forme imaginaire, et la risquer. Que risque-t-on ?
Faire de sa vie un conte, c'est la libérer de la pensée conditionnée, de la vision étroite et partielle qu'on en a, pour l'inscrire dans l'infini des possibles. Il y a d'emblée un acte de foi à poser : admettre qu'un conte tiré au hasard répond vraiment à votre question, même s'il en semble très éloigné. Comme un oracle. Il faut sortir des a priori de l'intellect pour entrer dans le monde de l'imagination, de la conscience profonde, de l'inspiration. Le merveilleux des contes, c'est la transcendance. Je propose de risquer cette mise en rapport de notre vie banale, quotidienne, avec la transcendance qui en révèle le sens et permet son accomplissement.
* Directeur de l'association La voix des contes, 11, rue Titon 75011 Paris. Tél. : 01.40.09.21.11.
Marie-Noëlle TRANCHANT