Associazione · Le nostre fiabe

Piera Giacconi legge una fiaba

Le fiabe nate dagli atelier di scrittura

 

In questa sezione portiamo alla ribalta dei lavori inediti: le fiabe nate durante i nostri atelier, scritte alla maniera degli antichi.

A ognuna l’onore di essere l’unica, prima di cedere il passo alla successiva.

Tutte raccontano come si fa ad attraversare il fiume dei sogni impossibili, fino a raggiungere l'altra riva dove cresce la consapevolezza di sé.

 

 

 

La donna-montagna

C’era una volta un liutaio, esperto nell’arte del bosco e degli accordi, che sapeva creare piccoli capolavori in legno di rosa. La sua bottega era piena di giovani apprendisti, venuti da ogni parte perché appassionati del suono di quel fiore.

 

Erano così tanti per quella odorosa casa-bottega, che a volte non era possibile lavorare tutti allo stesso tempo. Cosa far fare a chi rimaneva senza impegni, come verificare se le colle eran pronte, dove essiccare il bosso dorato per intagli e montature?

 

Il povero liutaio aveva paura: di farsi male; che gli allievi corressero pericoli; che si scoraggiassero in quella confusione di trucioli, gomme, pialle, morsetti, sgorbie, coltellini e filettatori; paura di scoprire nuove armoniche ben più sottili sgorgare dalle sue mani come un nuovo canto dei violini. 

 

Lavorava con ansia quasi rabbiosa, una furia vulcanica, una fucina di idee continue e talvolta davvero difficili da seguire. Dove era andata a finire la dignità di maestro d’arte, la dignità di donna - sì perché questo liutaio era speciale nel suo genere, era una donna - e costruiva solo violini allegri. 

 

Illudendosi di essere nel giusto, la nostra liutaia lavorava e lavorava, fino a tarda notte, ma invece di smaltire gli ordini e procurarsi il legno necessario, la confusione regnava nel laboratorio, in un susseguirsi di impegni e scadenze.

 

Per fortuna era una donna-montagna, amava il verde e sapeva raccogliersi in meditazione davanti al bosco, quando cercava il prezioso materiale da trasformare in violino allegro. Una sera, al colmo dell’affanno, davanti a una conca ombrosa il soffio un vento leggero le ricordò: “Nulla ti mancherà, perché l’anima gemella sei tu!”.

 

“Come ho potuto dimenticare? Certo, lo strumento risuona come il nostro cuore e il mio ha giocato con gli ostacoli per tutta la vita: in famiglia, a scuola, nel matrimonio, al lavoro, nel gruppo di preghiera. È questa la natura del gesto che poi si trasferisce all’anima del violino! 

 

È venuto il tempo di creare uno spazio in bottega, tra le carte, i progetti e le sgorbie, tra i disegni, le bombature e le rasiere. Un angolino è sufficiente, dove prendermi cura di me nel respiro, dove espandere la donna-montagna.

 

Posso continuare a essere vulcanica, forte, gioiosa, fatta di nuda semplicità. Basta solo che goda di me, dell’istante, del momento e lasci per sempre quell’illusione e la confusione”. 

 

Dipinse un motto sull’armadio degli attrezzi: “Gioco nella preghiera e godo della forza”. Gli apprendisti sapevano che la liutaia era innamorata del suo lavoro, come un fuoco sacro si ispirava davanti ai clienti che chiedevano violini per matrimoni, battesimi, feste di piazza e persino di università. Sapevano che era buffa, insolita, severa ma buona, e l’amavano tanto.

 

Il fuoco, il vento, le rocce, il torrente erano suoi amici diletti; alleati le rispondevano quando cercava ispirazione e verità sul da farsi. Comprese così, un giorno, nella solitudine del bosco, che era venuto il tempo per lei di partire per non tornare mai più indietro. A costo di vivere come una stracciona, una poveraccia impolverata e arruffata, in mezzo al disordine di ciò che non riusciva ad accontentare!  

 

Sì, era venuto il tempo di “fare futuro” insieme ad altri: sconosciuti o selvaggi, eleganti o imbroglioni, ignoranti o sapienti, giovani o vecchi non importa. L’importante è creare ora con tutti loro un autentico movimento di non-ritorno: soltanto questo gesto l’avrebbe protetta dal dolore. Tanto, peggio di così non si poteva. 

 

“Bene, lo farò”, si disse, “sono nata per questo, ricordo bene quel soffio di vento cosa ha sussurrato. E il vento non mente mai”. Ritrovò nelle vene la natura selvatica che l’aveva addestrata fino a diventare maestra d’arte del violino allegro. Ricordò come riconosceva il canto del legno di rosa e il profumo del bosso dorato. 

 

Ricordò di discendere da una stirpe sciamana di guaritori amatissimi. Ricordò l’Amore da cui proveniva, grande come un milione e mezzo di galassie, grande come 43.000 universi in continua espansione, grande come Madre Terra e le forze telluriche della Natura.

 

Ricordò il canto che trasforma il piombo in oro, che congiunge la vita e la morte, che crea le maree e le stelle neonate. Quel canto era in lei. 

 

E non dimenticò mai più. Visse cantando la montagna e la donna, cantò per sempre la preghiera del pianeta blu, cantarono i suoi violini profumati di rosa e gli apprendisti divennero liutai e il futuro fu.

 

Piera Giacconi

Atelier di Scrittura 2016, Udine

 



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