Mia nonna materna Gertrud detta Trudi è nata a Johannesburg,
dove era scappata con la famiglia. Suo padre - non so che nome
avesse -, bielorusso, era una specie di decabrista. Sua moglie
Fanny, ungherese. Si sono rifugiati in Inghilterra, ché
in Sud Africa era venuta la guerra coi Boeri. Hanno cambiato
nome più volte, lui faceva Ussùrievich, di cui
si sono perse le tracce nel continente nero; Wiener e poi Bloom
la Fanny, che infine è andata a Vienna coi due figli.
Un giorno un incendio divampa nell'ufficio dove ventenne lavora
la Trudi, che viene salvata da due ufficiali dell'esercito imperial-real-regio.
Indecisa su quale sposare, scelse mio nonno Giovanbattista Degenhardt,
nato in Friuli da famiglia di origine austriaca cattolica. Venne
così a vivere in un paese con 100 abitanti e 100 mucche
nella campagna di Udine.
Fanny mangiava da sola in cucina, racconta mia madre, perché
con il genero cristiano non voleva sedere, sebbene lei cucinasse
per tutti. Di sabato pregava insieme a Trudi in cucina con una
candela accesa e parlavano una lingua che solo loro capivano.
Mia madre Rosa, nata nel '21, è la prima di 7 fratelli;
tutti parlano tedesco, italiano e il dialetto del posto. La
sera i più grandi trascinavano i materassi in camera
della Fanny per ascoltare i suoi racconti.
Mio padre Felice è del '15, nato sotto le bombe nella
terra del Collio dove fanno buon vino. Giacconi è diventato
nel ventennio, che prima si chiamava Jaconcig. Sua madre Vittoria
teneva la campagna e comandava, era una donna fiera, senza marito.
Quando perse i primi denti a 72 anni disse comincia la vecchiaia
e si intristì. Suo nonno era falegname di fino e venivano
dalla Carnia, dalle montagne sopra Udine dove si incontrano
e si mescolano da secoli slavi, austriaci e italiani.
Io sono la terza di 5 fratelli con due diverse madri. Mio padre
si è sposato una terza volta, e poi ha perso la memoria.
Mi diceva da adolescente scrivi Piera la storia della nostra
famiglia, che è straordinaria. Lui non amava la chiesa,
ma quando voleva parlare con Dio chiamava suo nonno buonanima,
sorrideva contento di rivederlo e gli chiedeva ogni cosa, dal
metafisico al quotidiano. Mio padre, ora a riposo, è
stato un grande medico di campagna, ma questa è un'altra
storia.
Respiro nel corpo e scrivo
Che viaggio, la scrittura. Oggi è parte del mio mestiere,
ma com’è cominciato? Ecco, mi vedo a sedic’anni
che mi alzo presto, prima di tutti, e seduta alla finestra
scrivo di getto i miei sogni. Bei tempi, come mi piaceva
stare sola con me ad esplorare il fantastico, con l’orecchio
fino a catturare le risonanze tra oggetti, colori, episodi
- simboli di un mondo misterioso ed affascinante che si stava
portando fuori.
Ero molto forte in quel periodo, sicura di me, persino spavalda,
non mi lasciavo più invadere, proteggevo bene il mio territorio - comunque
solitaria ed incompresa.
Come quando ho imparato a scrivere in prima elementare. Le rondini
che giocavano fuori oltre i tetti, mia nonna silenziosa alla finestra a comporre
fiocchi di neve all’uncinetto, gli occhiali neri, i capelli bianchi, odore
di pulito, espressione severa e fiera.
Quanta fatica ad ammaestrare la mano mancina, a non tremolare nel
fare pagine di pance tonde di a e di o. Quanto impegno a non sparare le braccia
e le gambe delle vocali, ma muovere invece con dolcezza la mano, impugnare lieve
la penna. E quanto inchiostro sparpagliato, uffa, quanta fatica a non passarci
sopra.
Quanta paziente consapevolezza andavo costruendo
in quei lunghi pomeriggi d’autunno, tempo di pannocchie,
rondini e vocali all’uncinetto. E quanto tempo avevo,
tutto il tempo necessario. Per crescere, diventare grande,
esplorare il mio corpo, muovermi nell’ambiente e nello
spazio appena circostante. Tempo per provare, sperimentare,
sbagliare e riprovare finché mandavo a memoria e non
sbagliavo più.
Avevo tutto il tempo per crescere e per essere piccola, nessuna
fretta.
E invece adesso corro per riuscire a fare, ma perché devo
fare? A me piace ascoltare, esplorare, conoscere, sperimentare. Da bambina
il mio corpo era una cassa di risonanza, dove si armonizzavano il dentro e
il fuori, l’ascoltato e l’esplorato.
Questo è ciò che amo ancora oggi dello scrivere.
Quella doppia dimensione di ponte e di vaso al tempo stesso.
Ero solitaria e taciturna da bambina, non riuscivo a chiedere
in modo da ottenere, non mi sentivo capita, né vista veramente. “Guardami,
guardami, ecco, mi vedi?” Sono qui ora, di fronte a te che mi leggi,
viva e palpitante e curiosa e coraggiosa e felice come la bambina di allora.
Grazie, a te che mi vedi. E che mi senti pure, perché scrivo come un
cuore che batte. Ecco perché amo scrivere. Ecco la mia piccola storia.
Il viaggio nei suoni del corpo mi ha riportato a galla
altri ricordi. Come sbruffavo dal naso e dalla bocca quando nuotavo sott’acqua
ad occhi aperti, a Grado, profumo di alghe che seccano al sole. Immaginavo
di essere una sirena e ascoltavo lo sforzo del muscolo a braccia tese, mentre
fendevano l’acqua, il palmo della mano piatta. Come giocavo con il mio
corpo, ricordo quanto mi piaceva ascoltare le sensazioni nei dettagli.
Mi sentivo forte, unita, compatta. Libera. Libera di creare e
di scoprire i miei movimenti, libera di andare, di esplorare, e verificare
di persona come era fatto il mondo.
Ero molto solitaria, dicevo. Non mi avrebbero capita i grandi,
tutti intenti a fare cose come andavano fatte. Io invece avrei raccontato le
cose come le avevo vissute io, non come andavano fatte. E questo non interessava.
Quanti no dentro il mio corpo.
Il viaggio finisce con il sussurro delle preghiere.
Tempo di comunione per me quando ho imparato a scrivere. “E
perché dentro di me ci sono delle cose brutte e la
Madonna mi deve aiutare? Perché stai in piedi sopra
i serpenti?” - mi domandavo la sera prima di spegnere
la luce. E guardavo quel quadro e la sua bella cornice. “Perchè sei
così triste Maria? In fondo tieni un bambino fra le
braccia… perché non parli, perché non
mi rispondi? E se il buon Dio mi vuole bene, perché non
mi risponde?”
Questo mi chiedevo, mentre pensavo che sotto il letto era
pieno di bestie immonde pronte a catturarmi e tirarmi giù. Ma io ero
al sicuro, sotto le coperte e le lenzuola stirate con cura, in quella casa
calda dove c’era sempre da mangiare; in quel bel giardino dove giocare.
Loro, i grandi non mi capivano, Maria non rispondeva, tutta presa
a vincere i serpenti. Mi sentivo molto sola a diventare grande, ma anche che
qualcuno si prendeva cura di me e potevo stare tranquilla. Avevo tutto il tempo
per crescere. E da grande avrei capito.
Grazie corpo mio, che conservi intatto il ricordo di quell’abbandonarmi,
sola, piccola e fiduciosa.
Piera Giacconi, Milano 19 maggio 2007 Atelier all’ATIR Teatro con la regista Sonia
Antinori
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